bellezza e maggioranza

definizione di bellezza: è bello ciò che è in maggioranza

due nasi: qual’è più bello? Così non si capisce

per capire quale sia il naso più bello bisogna contare
in un pianeta dove i nasi aquilini fossero in maggioranza aquilino significherebbe bello
bello vuol dire maggioranza

Razza, cultura, lingua, religione o ancora età, sesso o disabilità fisiche: la non uniformità alla maggioranza può nascere da ragioni differenti. In qualsiasi forma si manifesti rappresenta però uno dei diritti fondamentali, individuali e di gruppo, oggi più minacciati dalla società globalizzata contemporanea in cui la non omologazione si traduce sovente in marginalizzazione o razzismo a tutti gli effetti. Le minoranze rappresentano circa il 20% della popolazione globale e sono presenti virtualmente in ogni paese del mondo. Il riconoscimento dei loro diritti, fra i più tardivi ad affiorare con chiarezza nel contesto internazionale, si pongono oggi fra i temi più delicati e critici per la stabilità di numerosi paesi e per il mantenimento della pace e dello sviluppo a livello mondiale.

da http://www.unimondo.org/Guide/Diritti-umani/Diritti-delle-minoranze, le varie minoranze. Non c’è ancora il concetto di brutto legato alla minoranza, questo perché rientra in un più largo discorso razziale diventato oramai tabù

rapporto tra fisici in sovrappeso e fisici “normali”. I fisici fuori norma sono anche minoranza
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i clochard: gente inutile

I clochard non servono a niente.
Questo lo dici tu. Ho riempito questo carrello andando in giro a chiedere soldi per loro
un clochard, gente inutile secondo molti. Eppure a qualcosa servono, basta cambiare il punto di vista. Se si guardano per esempio dagli occhi degli operatori del terzo settore, per i quali rappresentano una lucrosa fonte di guadagno
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quando la ONLUS diventa un guadagno

ONLUS, il non-profit è subito evidente e vi viene proposto in ogni salsa. Se invece volete traccie del profit dovete scavare, perché in teoria non si potrebbe

le ONLUS stando alla parola dei loro operatori

le ONLUS se scavate (se cominciate a farvi qualche domanda)

Francesco Petrone, in un libro la sua scoperta della parte profit presente nelle ONLUS
http://francesco-altavista.blogspot.it/2012/08/parla-un-ex-venditore-di-poverta-quando.html

Cominciamo a raccontare la tua storia. Come un ragazzo pluri -qualificato si ritrova in una onlus a lavorare come venditore di povertà?
Dopo aver vissuto all’estero , nel 2008 ho deciso di tornare in Italia e cercare di ambientarmi nella mia nazione. Sono arrivato a Roma ed ho cominciato ad inviare curriculum un po’ ovunque e tra le prime risposte e proposte ho trovato questo colloquio perché pensavo che fosse più attinente ai miei studi. La mia idea era quella di cominciare dal livello più basso quello del dialogatore e poi di occuparmi anche dei progetti, il settore delle Onlus mi interessava. Poi in realtà ho scoperto che non ero contrattato direttamente dalla onlus ma da un’impresa di marketing australiana . Si occupava di marketing face to face, nelle piazze delle grandi città, cercando sostenitori per i progetti umanitari. Dopo un po’ mi sono scontrato con una realtà opposta a quello che mi aspettavo all’inizio, poi da lì è nata anche un po’ una crisi di identità per quanto riguarda l’attività stessa delle grandi onlus.

Quando è iniziata questa sorta di crisi di identità?In che termini hai scoperto il paradosso?
Dopo un po’ già avevo capito come funzionava il tutto. Si cercava di approfittare più possibile dell’immagine di chi veramente soffre come i bambini dell’altra parte del mondo per arricchirsi. Questa impresa è caratterizzata da un sistema piramidale per cui chi sta alla base ogni volta che trova un nuovo sostenitore fa guadagnare una percentuale a chi sta su. Il capo che era colui che dirigeva l’ufficio, prendeva queste percentuali ed arrivava a redditi mensili anche di 30 mila euro al mese. Con il tempo si poteva far carriera, far aprire altri uffici, arrivare a livelli superiori e guadagnare anche diversi milioni di euro. Esiste anche una prima contraddizione perché questa impresa ha sia un settore legato alle onlus ( le più grandi quelle che possono pagare i servizi)sia uno legato al settore puramente profit , dedicato alla vendita diciamo classica di beni di consumo. Mi sono trovato in questa situazione all’inizio non volendo, poi per me è diventato uno studio antropologico. Non avevo previsto di scrivere un libro ma volevo studiare questo fenomeno che mi sembrava assurdo, sono rimasto un anno e qualche mese per capire bene il meccanismo che c’è alla base. Sono rimasto questo periodo un po’ per questo motivo, un po’perché nonostante le mie qualifiche non riuscivo a trovare occupazione.
Uno dei punti fondamentali del libro è proprio questo studio antropologico – sociale anche sulla condizione giovanile. Che tipo di persone lavorano in questo tipo di imprese?
Le persone che lavorano all’interno di queste imprese, sono persone provenienti da diversi ambiti. Ho dedicato un capitolo ad un mio amico che lavorava come fattorino , poi l’impresa ha chiuso ed è arrivato a lavorare da noi senza avere più alternative, non lo chiamava nessuno. C’erano altri che erano laureati con master all’estero, era un ambiente eterogeneo. Il profilo della persona che viene ricercata in questi ambienti è la persona che non fa molte domande e va lì per vendere e guadagnare con la prospettiva di fare tanti soldi, per generare profitti grandi e con il tempo aprire suoi uffici. Non è una prospettiva realistica perché non tutti ci arrivano. Molti si fermano al terzo gradino, c’è tutto un percorso, descritto nel libro, per diventare manager, uno su cento riesce a farlo. Ci sono delle tecniche affilate che bisogna imparare. Si deve essere un po’ spietati. Il tipo di persona richiesta , riassumendo in contraddizione alla filantropia delle onlus , è una persona che vuole diventare ricca a tutti i costi e sarebbe disposta a tutto.

Che riflessione questo studio ti ha spinto a fare sull’uomo?
La prima critica che mi viene da fare , è al sistema capitalista che ormai è entrato dappertutto ed ha cambiato le nostre prospettive e credo che in questo ambiente delle Onlus si sia raggiunto il livello più basso. Qui si vede proprio come le persone sono disposte a fare di tutto e si dimentica del resto: la solidarietà tra colleghi non è un fatto naturale, non c’è un affetto sincero se non una cosa creata dal sistema affinché le persone restino per aiutare chi sta su. Un’immagine negativa perché se uniamo questo sistema capitalista, alla precarietà giovanile e alla vendita della povertà ne esce fuori un essere umano cinico e che non guarda in faccia a nessuno. Forse è anche un modo per chi non ha avuto tante possibilità nella vita di cercare un riscatto nella ricchezza.
L’ “ Homo Homini Lupus” applicato alla solidarietà è davvero spaventoso. Senza dare giudizi morali, questo far leva sul bisogno può essere una nuova forma di alienazione ?
Secondo me lo è senza ombra di dubbio. Al tema centrale si affianca la precarietà giovanile, se non ci fosse, se ci fossero delle certezze, in molti casi non si creerebbe il bisogno di fare questo lavoro. Il problema è questa assenza di prospettive che costringe i ragazzi a rifugiarsi in queste attività. Senza precarietà questo capitalismo selvaggio non avrebbe modo di esistere. Non tutti i giovani sono così naturalmente ma l’assenza di alternative, ti pone a scendere a compromessi. Per un istinto di sopravvivenza di memoria quasi freudiana , ci si adatta. L’80% dei giovani di oggi continua ad adattarsi sacrificando un po’ sé stessi.
Nel affrontare questo tema ci sono stati ripensamenti e paure? Cosa pensi ora della solidarietà delle onlus?
Non ho avuto motivo di aver paura, perché descrivo una realtà. La mia riflessione è sul sistema così come è congeniato, ha queste pecche profonde e dure. Ho avuto molti ripensamenti ma alla fine ha vinto questa voglia di raccontare , una voglia di discuterne, una esperienza vissuta in maniera diretta dove le frustrazioni che fa vivere questa attività mi hanno dato lo spunto e la forza per scrivere. Io nonostante questa esperienza sono a favore della solidarietà, credo nell’aiuto del prossimo, c’è bisogno di aiuto reciproco. Un consiglio credo sia che l’aiuto è efficace quando è più prossimo e poi mi sento di spezzare una lancia per le piccole onlus quelle che fanno fatica ad andare avanti. Bisogna aiutare perché arricchisce ma bisogna cercare di farlo in piccole associazioni e vivere in maniera diretta l’aiuto. Continuerò a credere nelle grandi onlus quando cambieranno modo di comportarsi.
Cosa è la Bellezza?
La Bellezza è un’attitudine. La Bellezza si identifica con la libertà di poter rapportarsi con gli altri e con il mondo in modo puro ed armonico.

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il tiro alla holly e benji

da un quotidiano online, i commenti si sviluppano solo sulla parte destra, come un albero a metà

Giappone, dal cartoon alla realtà: il tiro alla Holly e Benji

Takahiro Ogihara e Hotaru Yamaguchi, calciatori della squadra giapponese Cerezo Osaka, sono riusciti a trasformare in realtà una delle sequenze più famose del cartone animato ”Holly e Benji”: il tiro combinato di Oliver Hutton e Tom Becker. I due giocatori ricevono un passaggio lungo e deviano il pallone in rete calciandolo insieme nello stesso istante, imitando il manga giapponese. Il video ha già superato un milione di visualizzazioni su YouTube

http://video.repubblica.it/sport/giappone-dal-cartoon-alla-realta-il-tiro-alla-holly-e-benji/167497/165984
i commentatori si dividono in due gruppi, uno che pensa che sia un fake e l’altro che sia vero


commenti a due colonne, una per chi pensa che il video sia un fake e una per chi pensa che non lo sia

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